sabato 7 dicembre 2013

Corso di iconografia, dal 2 all'8 gennaio 2014

E' da un bel po', vero? Non è che mi manchi il desiderio di aggiornare il blog, ma la vita si riempie di mille cose, i progetti e le idee si accavallano e questo piccolo spazio resta indietro... Che poi la vita stessa sia soggetta a rivoluzioni, anche questo ogni tanto succede: e a me è successo eccome in questo anno!


Poi, c'è anche questo, mi ero ripromesso di riprendere il più possibile a fare una pubblicazione costante non appena avessi attuato un "aggiornamento informatico" dei mezzi a mia disposizione, ma, ahimè, sono ancora al punto di partenza...

Ma si continua a lavorare. Anzi, il Laboratorio San Giacomo Apostolo non va mai in vacanza!
Un caro saluto a tutti, alla prossima!

giovedì 12 gennaio 2012

Biacca


In pittura, da vari anni ormai, come bianco uso la biacca, ovvero l'ossido di piombo 2 Pb CO3 . Pb (OH)2 (se ho copiato giusto). Pur essendo tossico, è un bianco impareggiabile: coprente o trasparente all'occorrenza, stabile, "cremoso" quanto basta per dare spessore, non opacizza se ben emulsionato, ci si può lavorare ottimamente sia a corpo che a velatura... Una volta provato è difficile rinunciarvi: ormai non riesco più a usare il bianco di zinco, che a lungo andare si mangia il rosso cinabro e ingrigisce l'ocra gialla; uso giusto il bianco titanio (che di per sé non sarebbe indispensabile, se con la biacca si avesse pazienza di dare più mani a distanza di tempo una dall'altra), solo per dare una "spintarella"alla biacca quando devo ottenere bianchi puri e molto coprenti. Il titanio però mi piace solo se usato con parsimonia, perché al contrario crea uno strato opaco, dall'apparenza un po' sabbiosa ed estremamente difficile da sfumare.
Biacca forever, dunque!
L'unico problema - se così si può definire - è che si mescola solo con l'uovo (con l'acqua non si lega) unicamente col macinello su vetro, altrimenti lascia dei grumi che sono davvero poco piacevoli mentre si dipinge. Una volta preparato lo raccolgo in un mortaietto di ceramica e lo tengo umido mescolandolo spesso col pestello; così facendo lo uso anche per più giorni, conservandolo in terrazza, al fresco, coperto da una pellicola.

mercoledì 28 dicembre 2011

Puer natus est


Siamo ancora nell'Ottava di Natale, ecco dunque il presepe che ho finito e consegnato poco prima della festa. Terracotta dipinta, il più "classico" possibile...
Auguri a chi ancora non li avesse ricevuti! A presto!

venerdì 2 dicembre 2011

La stesura della foglia d'oro

Eccoci al terzo e ultimo post sulla doratura! Spero che fin qui sia chiaro, il più possibile almeno...
Tenendo presente - come scrivevo in uno dei commenti scorsi - che con questo reportage non voglio insegnare, ma solo dare un aiuto per chi già ha un po' di dimestchezza col mestiere, oltre che far vedere in maniera un po' "leggera" ciò che accade nel mio laboratorio :-)


Finita, asciugata e lucidata l'ultima stesura del bolo, subito prima di iniziare passiamo una mano del cosiddetto puzzone (provate a lasciarlo per settimane fuori dal frigo, poi mi direte voi perché si chiama così!) - cioè il solito albume montato a neve, lasciato decantare e poi filtrato - unito ad acqua in proporzione 1 : 3 (uno di albume e tre di acqua), su tutto il bolo. In questo modo la superficie si umidifica, e ciò è estremamente importante per la buona riuscita della doratura.


I materiali: uno straccio pulito, il cuscino e il coltello da doratore, le pennellesse piatte, un pennello morbido di scoiattolo, un batuffolo di cotone, una pezzuola di pelle camoscio, la pietra d'agata (che non compare nella foto, ma più sotto si vede) e il primo guazzo, cioè o due parti d'acqua più una parte di alcol denaturato al 95°, oppure grappa (o vodka) con dentro un po' d'acqua.



Si distende la foglia d'oro sul cuscino (facile a dirsi; ecco una di quelle cose per cui, su ogni ricetta vale l'esperienza!) e con il coltello sgrassato se ne taglia un rettangolo proporzionato al settore di fondo che si vuole coprire.
Riguardo al coltello, così come il bolo è molto importante evitare di toccarlo. Se un po' di unto delle dita resta sulla lama questa può attaccarsi alla foglia d'oro la quale si strappa invece di tagliarsi. A me ogni tanto succede, ed è una cosa assai fastidiosa... In genere però mi basta passare il coltello sullo straccio pulito e già basta perché non appiccichi più.


Si prende poi la pennellessa, la si passa sulla fronte o sul naso (stavolta invece sfruttiamo proprio l'unto della pelle), e la si posa con una certa decisione sul ritaglio di foglia d'oro. Questa resterà attaccata alla pennellessa e ciò ci permetterà di sollevarla senza doverla toccare con le mani - cosa che la distruggerebbe.


Mentre con una mano si regge la pennellessa, con l'altra si intinge il pennello nel guazzo e si bagna il settore in cui andrà messo il ritaglio d'oro. E' importante bagnare una zona più larga della foglia, cosicché anche i margini restino adesi al fondo: infatti, solo dove il bolo è ben bagnato la colla (l'albume) si ravviva e permette alla foglia di aderire. Se mancasse una pennellata, in quel punto la foglia non si attaccherebbe.
Bisogna poi fare anche i conti col bolo che per sua natura assorbe l'acqua in men che non si dica: anche se si passa il guazzo su tutto un settore, se si aspettano due secondi in più o se il pennello non era abbastanza carico la foglia potrebbe trovare sotto di lei una superficie non adeguatamente bagnata e quindi non attaccarsi... Per cui, rapidi!


Tlac! Con un movimento deciso, appena bagnato il nostro settore, vi appoggiamo sopra la pennellessa con la foglia d'oro. Si vede che attorno alla foglia che avevo già applicato c'è una parte di bolo più scura? Ecco, lì si vede bene in che modo bagnare uno spazio più largo della foglia che andremo a mettere. Poi, come dicevo, anche se sembra bagnato, basta aspettare qualche secondo in più e non è più bagnato abbastanza...
Se subito dopo la posa un lembo resta sollevato, può essere molto utile usare un batuffolo di cotone asciutto per schiacciare delicatamente la parte. Meno grinze o pieghe ci sono meglio è, e poi, più l'oro sta vicino al bagnato, più possibilità ha di attaccarsi (certe volte anche se un punto resta asciutto, l'eventuale acqua in eccesso nel punto accanto può muoversi sotto la foglia e attaccare altre parti non adese).


La posa della foglia deve essere fatta dall'alto al basso tenendo la tavola un po' inclinata in modo che eventuali gocce scendano verso la parte non ancora dorata. Ogni ritaglio deve sovrapporsi di un paio di millimetri almeno alla foglia precedente. In genere viene, ma se per caso rimanesse uno spazio rosso di bolo tra una foglia e l'altra, in un secondo momento si può tagliare un pezzettino della misura e amdare a coprire il "buco" rimasto indietro.


Prima foglia finita. E' venuta un orrore! Ma vi spiego il perché (in parte è normale... in parte). Finito di riempire d'oro tutto il fondo si lascia riposare un tempo variabile a seconda della stagione, dalla mezzora all'ora piena, a seconda del caldo e dell'umidità atmosferica. Ad esempio, a Venezia in un giorno di novembre/dicembre è meglio aspettare un po' di più; a Madrid in agosto... sarebbe meglio non dorare, ma se proprio si deve aspetteremo molto meno.
Se ci sono parti da lucidare a specchio con la pietra d'agata come le aureole, il momento è questo: anche se fosse prima della fine della posa di tutte le foglie, è importante non sgarrare il tempo giusto. Cioé, quando è passata la nostra - diciamo, nel caso standard - oretta, anche se il resto del fondo non è finito, lo lasciamo lì e lucidiamo l'aureola.
Io in questo caso ho voluto lucidare a specchio tutto quanto. Forse ho aspettato troppo, per questo l'agata in più punti mi ha graffiato l'oro e ha riportato alla luce il bolo. In più è normale che laddove non avevo bagnato abbastanza sia rimasto un "buco".


Sul Crocifisso invece ho lucidato solo le cornicette: qui è più facile che venga senza graffi perché nei pertugi dati dalle parti tonde l'umidità si conserva meglio. Poi, non dovendo passare l'agata sul fondo che rimane opaco, il tutto si graffia assai meno.
Finita la lucidatura con l'agata, si passa, sempre senza toccare con le dita, il batuffolo di cotone e una pezzuola di pelle di camoscio per togliere gli esuberi d'oro e pulire la superficie.


Seconda foglia! Usiamo il secondo guazzo, cioè o grappa pura (o vodka pura), oppure una parte di acqua con una parte di alcol denaturato 95°.
Stesso lavoro, ma con una differenza, anzi due: la prima è che bagnando l'oro invece che il bolo, non abbiamo più il problema di prima dell'assorbimento, per cui si può usare il pennello molto più scarico. Inoltre si bagna più stretto della foglia che andremo a mettere, il contrario rispetto a prima: adesso, l'acqua rimane tra due superfici metalliche e ci penserà da sola a distribuirsi per capillarità sotto tutta la foglia facendo sì che si attacchi.
Cioè, l'oro è poroso, quindi il bolo continua a partecipare sia in termini di assorbimento dell'acqua sia di azione collante, ma molto meno. Eventuali problemi potremmo averne, se bagnamo poco, nei buchi in cui il bolo è rimasto scoperto. Ecco, lì invece, solo sul buco (o sul graffio) insistiamo un poco di più.


A seconda foglia finita, dopo la lucidatura: molto meglio, vero? Eppure c'è ancora qualcosa che non va: qualche graffio e qualche buchetto ci sono ancora. In più si vedono alcune giunture tra una foglia e l'altra. Ecco che inizia una delle parti che fanno tribolare di più...


I rattoppi! Piccole foglioline tagliate ad hoc, applicate solo sui punti rovinati. Il difficile è se la parte va anche lucidata: arrivati a questo punto i tempi di asciugatura si modificano. Mentre nelle fasi prima con l'esperienza si intuisce quando è il momento giusto per lucidare (troppo bagnato l'oro si opacizza, troppo secco lo si graffia), adesso ogni rattoppo ha un tempo di asciugatura suo personale a seconda della grandezza, e poi, più passa il tempo, più tutto il fondo si asciuga. Tanto che una gocciolina d'acqua in un piccolo punto può essere pronta per ricevere l'agata anche in 10 minuti, 5 minuti... se passa troppo tempo anche 2 minuti!



Dopo aver lucidato, in certi punti possono ricomparirie graffi e macchie. Meno di prima, ma in questo caso ci sono (altre volte, dopo i primi rattoppi avevo finito): evvai con altre pezzuole! Naturalmente il fondo è sempre più secco, quindi aspettiamo sempre meno a lucidare; se poi c'è ancora bisogno di altre pezzuole (speriamo di no), teniamo sempre presente questi tempi molto stretti.
Ma alla fine ci accontentiamo!

Eccoci giunti in fondo al laborioso procedimento. Come avevo anticipato all'inizio, questa doratura non è stata tra le migliori; ma essendo stata quella su cui ho fatto le foto, mi sa che ci tocca accontentarci (di nuovo)! :-)
Come dico sempre, la doratura è un mestiere a sé, per cui imparare a farla bene è una questione di esperienza e di costanza. Io sono ormai anni che faccio dorature - e sono molto migliorato dagli inizi - ma con tre o quattro "campagne di doratura" l'anno ce ne vuole per eguagliare i veri maestri doratori, quelli che con due soli passaggi e quasi senza rattoppi, fanno delle lucidature su cui ci si può specchiare...

D'altro canto sono più che sicuro che il clima della pianura Padana interna sia uno dei peggiori per questo mestiere. Abbiamo un'aria stantia, inquinata e piena di vapori e non c'è quasi mai vento!
 Magari è solo una scusa, ma vi porto l'esempio di un mio caro amico che suona la cornamusa irlandese: lui mi dice che per suonare, il suo strumento ha bisogno di un'ancia ricavata da una canna di fiume. In Irlanda, isola dall'umidità costante, perennemente spazzata dal vento, i suonatori usano quest'ancia senza mai cambiarla per anni. In Emilia invece i suonatori sono costretti a cambiarla ogni anno almeno! Perché? A causa della stessa aria stantia di dicevo sopra, che deformale sottili lamelle di legno, le secca e le rompe.
A sostegno di questa mia teoria dico che una signora che conosco (e che quasi certamente mi legge, e quindi saluto), nella sua casa nella bassa fa fatica a dorare; in montagna invece, coi muri spessi e un altro tipo d umidità, fa delle dorature splendide!


Quando tutto è asciutto, sempre senza toccare l'oro, aiutandomi con un panno pulito, rifilo gli esuberi di oro lungo le incisioni del contorno interno e dei bordi; poi stendo a pennello una mano di nitrolacca (vernice per metalli), diluita con un po' di nitro (che servirà poi anche per pulire il pennello).


Infine, dopo un'altra oretta, quando anche la nitrolacca è ben secca e ormai l'oro si può toccare con le mani (ma sempre con delicatezza!), pulisco i bordi col plaka (rimando al link di un mio vecchio post sull'argomento).
Ed ecco le due icone, la Vergine della Tenerezza secondo un modello pisano del XIII secolo,


...e il Crocifisso, anch'esso da modelli tosco-emiliani del XIII secolo.
Da adesso in poi si inizia con la pittura.

venerdì 18 novembre 2011

Il bolo

Premetto che quello che vedrete non è un lavoro venuto benissimo e che in genere l'oro mi riesce un po' meglio: ciò è dipeso da alcune licenze che mi sono preso nel seguire la ricetta; faccio sempre così, per un mio innato desiderio di sperimentare...
Comunque sia riporterò la ricetta originale che nonostante tutto può essere illustrata dalle foto fatte in corso d'opera (visto che non rivelano i miei pasticci!).



I materiali.
Il bolo rosso: dicono che il bolo Lefranc sia tra i migliori. Io credo di avere un vesetto proprio di bolo Lefranc, ma non ne sono sicuro perché me l'hanno regalato senza etichetta. Certo è che mi basterà per tutta la vita!
Il bolo giallo: non sarà una gran marca quello che uso, ma fino adesso sono andato avanti abbastanza bene. Tenendo presente che ne ho due vasetti praticamente pieni, anche con questo andrò avanti tutta la vita.
Albume d'uovo montato a neve, lasciato decantare una notte e filtrato dalla schiuma.
Acqua pulita: a Bologna abbiamo un'acqua molto dura. Non ricordo di aver mai avuto problemi, ma l'acqua che ho aggiunto stavolta viene da una sorgente di Tuscania. Avevo riempito una bottiglietta per berla, ma poi l'ho portata a casa piena; per cui ho deciso di tenerla e usarla per questo genere di cose. Aveva un gusto migliore di quella dell'acquedotto di casa mia: chissà, magari anche l'oro apprezza?


Per prima cosa metto in un vasetto un cucchiaino raso di bolo giallo (o un mezzo cucchiaino pieno, naturalmente vado a occhio in queste cose).




Poi aggiungo un cucchiaino raso di bolo rosso.


Due cucchiaini di albume e un cucchiaino e mezzo di acqua.



Ecco lì il tutto, prima ancora di mescolare. Un appunto: cos'è il bolo? E' un impasto di argilla rossa o gialla, ossidi, colle animali e acqua. Una volta l'argilla migliore veniva dall'Armenia, determinando il nome bolo armeno. Inoltre "ce lo si faceva da sé", mentre oggi viene prodotto appostamente in maniera industriale usando argille diverse (anche perché mi dissero una volta che le cave in Armenia sono esaurite da un pezzo, chissà se è vero?). La sua funzione è di creare uno strato morbido ed elastico tra il gesso e la foglia d'oro, in modo che la pietra d'agata possa brunire quest'ultima con più facilità; inoltre, essendo un composto in cui è presente della colla, aiuta la foglia d'oro ad aderire meglio (anche nel gesso c'è della colla che potrebbe fare da collante per l'oro, ma non è la stessa cosa). Infine il colore rosso, "scalda" l'oro che, per quanto possa sembrare strano non è una materia coprente ma partecipa di ciò che ha sotto.



Si mescola, dicevo...




...a lungo, finché non è amalgamato come si deve. E' a questo punto che si filtra con una calza, in modo da togliere eventuali granellini e/o impurità.
Ammetto che io non l'ho fatto, e certamente è stato qui il mio errore. Ovvero: la doratura alla fine è venuta, però con un'opportuna macinatura e filtratura poteva riuscirmi meglio!


Diciamo che il composto che vedete nella foto è il bolo filtrato (facciam finta, va là...). Arrivati a questo punto lo si deve preparare per la stesura mettendone un po' in un altro vasetto (non nello stesso, come ho fatto io): così com'è è ancora troppo denso. Si aggiunge un po' d'acqua (ecco l'acqua di Tuscania!) in modo da ottenere una specie di acquarello. La quantità d'acqua è circa un cucchiaio, poco più. Anche se dalla foto sembra il contrario, non ne ho aggiunta moltissima.




Prima di setenderlo a pennello sulla tavola, ho sgrassato l'intera superficie con un batuffolo di cotone imbevuto di trielina (o meglio, il suo surrogato: la trielina è più che toossica per l'uomo e per l'ambiente e non la fanno più. Anche se pure il surrogato immagino non sia proprio sanissimo... io tengo comunque le finestre aperte mentre la uso, ed elimino velocemente il batuffolo imbevuto).
Basta un passaggio, e poi sarebbe meglio aspettare una mezzoretta, anche se la trielina si asciuga all'istante.
Da adesso in poi è vietato toccare con le dita la zona in cui va il bolo e l'oro: l'unto della pelle può compromettere il lavoro e far sì che in quel punto bolo e oro non si attacchino.


Inizia la stesura tipo acquarello, data con un pennello di scoiattolo abbastanza scarico.



Il Crocifisso, quello con le cornici a stucco dell'ultimo post, e una piccola Vergine col Bambino (che ho tratto da un'icona pisana del XIII secolo).




Alcuni accorgimenti:
1) nelle mani seguenti si può aggiungere ad ogni stesura un po' del bolo filtrato, quello che abbiamo lasciato nel primo vasetto: in questo modo si deposita più materiale e le stesure successive saranno più coprenti.
2) Tra una mano e l'altra sarebbe meglio aspettare almeno 15 minuti. Deve essere completamente asciutto, se no il passaggio seguente rimuove il primo.
3) Quando ogni mano di bolo è asciutta si può strofinare con forza con uno straccio di cotone pulito. Questo crea una prima lucidatura e rimuove sassolini o peli del pennello. Si potrebbe usare anche una carta vetrata finissima, dalla 1000 in su, ma con molta attenzione, soprattutto negli spigoli (come il bordo della culla).
4) Il bolo avanzato si può conservare per altre dorature.

 
Alla fine di tutto, cioè quando le stesure sono sufficienti a creare un fondo abbastanza coprente senza creare un crostone, diciamo dalle 5 alle 8 mani, a seconda della diluizione del bolo, io passo con vigore il pennello d'istrice. Questo strumento non è indispensabile, in teoria basta lo straccio e la carta vetrata. Tanto più che è uno strumento piuttosto costoso (sui 35 - 40 €)... Però mi trovo molto bene, soprattutto sui fondi grandi. produce un'ennesima lucidatura e, senza consumare gli spigoli come la carta vetrata, toglie peli e sassolini (che comunque chi ha filtrato prima con la calza non dovrebbe avere...).


Ecco la lucidatura di cui parlavo, che si nota con la luce riflessa della finestra. In realtà poteva venirmi anche meglio di così. Colpa mia! Diciamo che ho ottenuto il minimo sindacale. Comunque ho intenzione di brunire tutto il fondo con l'agata, per cui ogni eventuale asperità rimasta verrà appianata successivamente.

Dunque alla prossima, con la stesura della foglia d'oro. A presto (speriamo)!

mercoledì 26 ottobre 2011

Prima della doratura: il gesso e i pasticci

A un mese esatto dal mio ultimo post qui su Eikonographia, eccomi di nuovo a pubblicare! Avevo promesso una serie di spiegazioni sulla doratura, ed è questo ciò di cui vorrei occuparmi. Dividerò il tutto in vari tronconi, così diventa più facile gestire la pubblicazione.
Cominciamo con l'imprimitura quindi. Avevo messo da parte queste foto da prima dell'estate, ma era troppo caldo all'epoca per proseguire con l'oro...



Ecco un paio dei miei "pasticci" andati a buon fine (che, a differenza degli altri venuti male, mostro volentieri!). Il primo lo vedete qui sopra: si tratta di una stesura di cornici tirate a pennello - o con una specie di sininga da pasticcere che ho ottenuto forando il dito di un guanto in lattice - usando lo stesso gesso dell'imprimitura. Devo ancora perfezionare il modo di stesura, ma è un effetto che mi piace: una volta dorato rende molto, soprattutto le palline alle estremità dei bracci.

 

L'altro pasticcio riuscito, è l'aggiungere all'imprimitura un po' di pigmenti a piacere per ottenere un fondo lievemente colorato. Dunque, alla colla di coniglio diluita in acqua al 10 %, (diciamo 1000 g di colla), io aggiungo un 80 % di gesso di Bologna (800 g) e un 20 % di gesso di Meudon (200 g), più un po' di litopone a piacere (magari un 100 g). A tutto questo, mi è capitato di aggiungere un cucchiaio di terra verde e mezzo cucchiaio di ocra gialla, in modo da avere un verdino delicato che sostituisce il substrato (il russo podkladka), oppure, come in questo caso, un po' di ocra rossa, terra verde e ocra gialla, per avere un tono rosa caldo.


In questa foto si vedono due tavole di multistrato che sto gessando: ancora bagnate tendevano al bianco, il colore era appena accennato. La sorpresa è venuta quando ho lucidato la superfcie con la pietra pomice. Si nota che nella tavola appoggiata contro la parete il gesso è di un rosa più calcato? Non ho capito se è normale che il colore si accenda così in questa fase oppure se è stato solo in questo caso... vi saprò dire se farò altri esperimenti del genere!


Dopo la stesura delle cornici il difficile è lucidarle e renderle pari. Confesso che non sono ancora riuscito a trovare un modo convincente, però con il bisturi, col dito bagnato nell'acqua e infine con la carta vetrata, viene discretamente.


Sarebbe meglio però non fare queste cornici troppo alte rispetto al piano su cui poggiano, tanto all'oro basta un minimo spessore per restituire un buon colpo d'occhio.


Finito di lavorare col gesso passo ad incidere col bulino le parti del disegno (solo quelle!) che confineranno con l'oro. Per certe parti dritte molto lunghe mi sono aiutato con una riga.


In controluce le irregolarità delle cornici si notano ancora. Diciamo così: questa volta avrò un oro con molti riflessi e sfaccettature... vale come scusa? :-))
Beh, scherzi a parte, posso dire che a doratura finita le irregolarità non disturbano poi così tanto. Se poi ci mettiamo che il committente sono io siamo a cavallo!
Nessuno si preoccupi invece per le parti opache che si vedono accanto alle cornici: è dove sono passato col dito bagnato. E' normale che sia così, non si vedrà più nulla una volta messo il bolo e l'oro... che saranno la prossima volta. A presto!

lunedì 26 settembre 2011

Ritornato (da un pezzo!) ma...

Salve a tutti! Scrivo due righe semplici semplici, per ora, giusto per salutare chi mi segue. Non mi sono perso! Settembre è ormai in chiusura e visto che avevo scritto "arrivederci a settembre", mi sembrava carino farmi sentire prima che finisse.
In queste settimane ho lavorato... sto lavorando a cose diverse dalle icone, che comunque sono lì che mi aspettano (ho ancora in sospeso la doratura e il clima comincia ad essere quello giusto). Al momento sono alle prese con una mostra collettiva che mi sta tenendo impegnato su vari fronti, ma ogni tanto riesco a mettere mano a La Piattaforma. Sto facendo il "tradizionale" reportage sul cammino! Aggiungendo poi la Gmg di Madrid ne avrò ancora per un paio di post. Vi invito a darci un'occhiata, se vi va.
Poi dovrei ricominciare a pubblicare qua, più o meno come al solito, salvo inconvenienti tecnici...
Beh, buon lavoro a tutti e a molto presto!