sabato 29 settembre 2018

Un'idea fissa



In questi ultimi anni la mia riflessione sulla pittura iconografica dell'occidente è passata attraverso l'osservazione di varie immagini, trovate sul web, sui libri e dal vivo in vari viaggi. Questo pormi davanti ad immagini antiche, generalmente del secolo XII, è stato per me un atto pratico di copia e traduzione, nel tentativo di capire cos'è il romanico e di approcciarlo come pittura viva, esattamente come si fa per la pittura iconografica di matrice orientale.
Quando dico "capire cos'è il romanico", non intendo fare una battuta! Questa etichetta che l'arte dell'Europa occidentale nel medioevo si porta appiccicata addosso fin dai primi anni dall'ottocento, non esaurisce la complessità di tutto quello che è davvero stata l'arte di quel periodo. Funzionava così all'epoca: l'approccio all'arte era in primo luogo estetico, di gusto; inoltre si legava il medioevo europeo alla presa di coscienza politica dei singoli stati nazionali, spesso in competizione fra loro su chi è venuto prima o dopo, su quali territori appartenevano allo stato e quindi su quali arti regionali di confine erano da considerare o meno. Alcuni monumenti sono poi diventati di moda, con tutto quello che riguarda il dare maggior risalto al alcuni invece che ad altri...
Infine è anche successo che si è considerata come arte maggiore quella di cui oggi restano maggiori tracce, l'architettura in primo luogo, seguita dalla scultura e poi ancora da tutto il resto, e, terribile ma è così, si è spesso ricostruito i monumenti secondo un'apparenza arbitraria, legata al gusto "romantico" di come doveva essere secondo noi, e non di come era. Si è voluto che le chiese fossero restaurate e ripulite in modo che restassero spoglie e buie, vagamente misticheggianti nella loro ruralità austera, a volte privandole dei pochi ma preziosi resti di intonaci e pitture.

Ma un approccio diverso, liturgico e spirituale, è stato tentato? Mi pare di poter dire che, sì, qualcosa si muove; ma allo stesso tempo ho l'impressione che non sia abbastanza. Non che abbia conoscenze troppo approfondite dei testi recenti (per ora sto raccogliendo quel che posso e, pure, leggo quel che posso), ma da quel che vedo mi sembra che ci si sia posto davanti a queste opere prevalentemente in senso iconologico; ci si approccia alla storia, alla tecnica, ai confronti con opere simili, si cercano le date, si vuole dare il nome ai maestri. Giustissimo, perché è bene raffinare le nostre conoscenze nel campo.
Ma cosa ha mosso nel profondo quegli antichi artisti? Quale il pensiero religioso dei committenti e della società di allora? Qual era la vita spirituale della Chiesa di quei tempi? Come leggevano le Scritture? Come vivevano il loro rapporto con Dio, con la fede, con la Tradizione? Come vivevano il loro lavoro? Quale il loro rapporto con le immagini?
Domande a ruota libera... certamente ne possono sorgere altre.

Rispondere a queste domande sull'antichità e sul medioevo occidentali secondo me può far fiorire un modo diverso di concepire l'arte romanica, e quindi di potervi affondare le radici anche da parte di noi pittori moderni: quello che ho sempre visto dacché lavoro in questo campo, ovvero il rapporto vivo tra iconografia, liturgia e vita spirituale - di cui da vari decenni lo stesso occidente si nutre a partire dalla riscoperta dell'icona d'oriente - può essere vivo e presente anche nella nostra arte liturgica tradizionale. Poter arrivare un giorno anche da noi a quell'immediatezza simbolica che vi è quando si entra in una chiesa ortodossa e ci si rende conto che si sta entrando nel luogo di incontro fra cielo e terra; o con semplicità avvicinarsi ad un'icona e avvertire una presenza che si trasforma in colloquio di preghiera, con tenerezza, timore e devozione...

lunedì 17 settembre 2018

Sogni ad occhi aperti


Di questo in fondo si tratta: fare bozzetti è un po' come sognare ad occhi aperti, visualizzando a matita prima e a colori poi quello che sarà il lavoro, pure se consapevoli fin dall'inizio delle tante variazioni che l'intero lavoro dovrà subire col procedere nella progettazione.
Già, perché questo non è altro che un primo impatto, più emozionale che altro; a noi in questa fase interessavano alcune cose ben precise, ed è stata un necessario "trampolino di lancio" per definire la direzione da prendere in seguito. In primo luogo la distribuzione delle forme all'interno di una griglia ottenuta da piante, prospetti e prospettive centrali e dal basso (che tanto ci hanno fatto penare a livello grafico...). Volevamo vedere insomma come le forme potevano deformarsi prospetticamente in una visione realistica, secondo diversi punti di vista. In base ai risultati ottenuti abbiamo capito molte cose, cioè quanto spazio far occupare alle figure, quali visuali erano da prediligere, come le ombre naturali possono influire sulla visione di insieme... queste e altre cose insomma, cose di cui si ha  disperato bisogno di toccare con mano il prima possibile, e che necessitano di tanto tempo (soprattutto a coloro che non hanno né sanno usare Autocad...), ma anche di tanto dialogo e riflessione.
Ma non è tutto qui, non è solo una cosa ottica: in questa fase abbiamo anche stabilito i nostri modelli, che poi sono più o meno quelli che stiamo usando negli ultimi anni e che penetriamo sempre più in profondità, carpendone molti segreti: Marienberg in val Venosta, Sant'Isidoro di Leon, Berzé-la-Ville presso Cluny, San Pietro al Monte di Civate.
Infine abbiamo anche trovato un accordo cromatico, il "la" dell'intero ciclo, quello che ci è parso più adatto al luogo, al nostro sentire, all'anima di alcuni dei nostri modelli di partenza e al messaggio spirituale che stavamo e stiamo cercando di dare.

mercoledì 12 settembre 2018

Si riparte!

Ne è passato di tempo! Credo che farò un nuovo tentativo, dopo ben... 6 ANNI di pausa - che in realtà pausa non è stata, visto che grazie a Facebook ho sempre continuato, bene o male, a pubblicare immagini.

Ebbene, 6 anni non sono passati invano; ne ho viste tante, ho attraversato tempeste e stravolgimenti, fatto viaggi e traslochi, ho cambiato computer e luogo di lavoro... ora ho un'auto mia e mi sono costruito con le mie mani il mio letto...
In qualche caso ho cambiato idea, o meglio, ne ho raffinate alcune... ultima tra queste di dare un po' meno spazio a Facebook e a tutto quello che comporta, almeno per un po'.

E ho lavorato, tanto, portando avanti una riflessione sull'iconografia che nel 2012 era solo all'inizio.
E questo mio progetto - che dal 2009 si chiama "Laboratorio San Giacomo Apostolo" - ha camminato senza fermarsi: posso dire che è cresciuto con me, e negli ultimi anni davvero tanto, grazie ad una collaborazione importante. Anni di cammini di Santiago mi hanno fatto guardare con sempre maggior convinzione ad occidente, e questa è la via che ho scelto e che tutt'ora seguo nella ricerca pittorica e iconografica.

Di tanto occidente si tratta che, dopo anni, si è inaspettatamente riannodato un filo che credevo ormai reciso da un po': Capo Verde.
Sono lontani i miei viaggi a Boa Vista per un immane progetto mai realizzato di pittura di una cappella e della chiesa parrocchiale, e credevo del tutto conclusa l'esperienza, finché poco più di un anno fa non mi è stato chiesto di nuovo, dalla stessa committenza (stavolta più oculata), un nuovo progetto pittorico a Mindelo, nell'isola di Sao Vicente.

Io e la mia collega abbiamo intrapreso un primo viaggio a Mindelo esattamente un anno fa, il 12 settembre 2017, per avere un primo contatto col luogo e per prendere le misure. L'inveno è poi trascorso, riga e squadra, a realizzare pianta, prospetti e un paio di prospettive, dell'abside della chiesa di Sao Vicente, appena costruita... Ecco alcuni risultati:





giovedì 12 gennaio 2012

Biacca


In pittura, da vari anni ormai, come bianco uso la biacca, ovvero l'ossido di piombo 2 Pb CO3 . Pb (OH)2 (se ho copiato giusto). Pur essendo tossico, è un bianco impareggiabile: coprente o trasparente all'occorrenza, stabile, "cremoso" quanto basta per dare spessore, non opacizza se ben emulsionato, ci si può lavorare ottimamente sia a corpo che a velatura... Una volta provato è difficile rinunciarvi: ormai non riesco più a usare il bianco di zinco, che a lungo andare si mangia il rosso cinabro e ingrigisce l'ocra gialla; uso giusto il bianco titanio (che di per sé non sarebbe indispensabile, se con la biacca si avesse pazienza di dare più mani a distanza di tempo una dall'altra), solo per dare una "spintarella"alla biacca quando devo ottenere bianchi puri e molto coprenti. Il titanio però mi piace solo se usato con parsimonia, perché al contrario crea uno strato opaco, dall'apparenza un po' sabbiosa ed estremamente difficile da sfumare.
Biacca forever, dunque!
L'unico problema - se così si può definire - è che si mescola solo con l'uovo (con l'acqua non si lega) unicamente col macinello su vetro, altrimenti lascia dei grumi che sono davvero poco piacevoli mentre si dipinge. Una volta preparato lo raccolgo in un mortaietto di ceramica e lo tengo umido mescolandolo spesso col pestello; così facendo lo uso anche per più giorni, conservandolo in terrazza, al fresco, coperto da una pellicola.

mercoledì 28 dicembre 2011

Puer natus est


Siamo ancora nell'Ottava di Natale, ecco dunque il presepe che ho finito e consegnato poco prima della festa. Terracotta dipinta, il più "classico" possibile...
Auguri a chi ancora non li avesse ricevuti! A presto!

venerdì 2 dicembre 2011

La stesura della foglia d'oro

Eccoci al terzo e ultimo post sulla doratura! Spero che fin qui sia chiaro, il più possibile almeno...
Tenendo presente - come scrivevo in uno dei commenti scorsi - che con questo reportage non voglio insegnare, ma solo dare un aiuto per chi già ha un po' di dimestchezza col mestiere, oltre che far vedere in maniera un po' "leggera" ciò che accade nel mio laboratorio :-)


Finita, asciugata e lucidata l'ultima stesura del bolo, subito prima di iniziare passiamo una mano del cosiddetto puzzone (provate a lasciarlo per settimane fuori dal frigo, poi mi direte voi perché si chiama così!) - cioè il solito albume montato a neve, lasciato decantare e poi filtrato - unito ad acqua in proporzione 1 : 3 (uno di albume e tre di acqua), su tutto il bolo. In questo modo la superficie si umidifica, e ciò è estremamente importante per la buona riuscita della doratura.


I materiali: uno straccio pulito, il cuscino e il coltello da doratore, le pennellesse piatte, un pennello morbido di scoiattolo, un batuffolo di cotone, una pezzuola di pelle camoscio, la pietra d'agata (che non compare nella foto, ma più sotto si vede) e il primo guazzo, cioè o due parti d'acqua più una parte di alcol denaturato al 95°, oppure grappa (o vodka) con dentro un po' d'acqua.



Si distende la foglia d'oro sul cuscino (facile a dirsi; ecco una di quelle cose per cui, su ogni ricetta vale l'esperienza!) e con il coltello sgrassato se ne taglia un rettangolo proporzionato al settore di fondo che si vuole coprire.
Riguardo al coltello, così come il bolo è molto importante evitare di toccarlo. Se un po' di unto delle dita resta sulla lama questa può attaccarsi alla foglia d'oro la quale si strappa invece di tagliarsi. A me ogni tanto succede, ed è una cosa assai fastidiosa... In genere però mi basta passare il coltello sullo straccio pulito e già basta perché non appiccichi più.


Si prende poi la pennellessa, la si passa sulla fronte o sul naso (stavolta invece sfruttiamo proprio l'unto della pelle), e la si posa con una certa decisione sul ritaglio di foglia d'oro. Questa resterà attaccata alla pennellessa e ciò ci permetterà di sollevarla senza doverla toccare con le mani - cosa che la distruggerebbe.


Mentre con una mano si regge la pennellessa, con l'altra si intinge il pennello nel guazzo e si bagna il settore in cui andrà messo il ritaglio d'oro. E' importante bagnare una zona più larga della foglia, cosicché anche i margini restino adesi al fondo: infatti, solo dove il bolo è ben bagnato la colla (l'albume) si ravviva e permette alla foglia di aderire. Se mancasse una pennellata, in quel punto la foglia non si attaccherebbe.
Bisogna poi fare anche i conti col bolo che per sua natura assorbe l'acqua in men che non si dica: anche se si passa il guazzo su tutto un settore, se si aspettano due secondi in più o se il pennello non era abbastanza carico la foglia potrebbe trovare sotto di lei una superficie non adeguatamente bagnata e quindi non attaccarsi... Per cui, rapidi!


Tlac! Con un movimento deciso, appena bagnato il nostro settore, vi appoggiamo sopra la pennellessa con la foglia d'oro. Si vede che attorno alla foglia che avevo già applicato c'è una parte di bolo più scura? Ecco, lì si vede bene in che modo bagnare uno spazio più largo della foglia che andremo a mettere. Poi, come dicevo, anche se sembra bagnato, basta aspettare qualche secondo in più e non è più bagnato abbastanza...
Se subito dopo la posa un lembo resta sollevato, può essere molto utile usare un batuffolo di cotone asciutto per schiacciare delicatamente la parte. Meno grinze o pieghe ci sono meglio è, e poi, più l'oro sta vicino al bagnato, più possibilità ha di attaccarsi (certe volte anche se un punto resta asciutto, l'eventuale acqua in eccesso nel punto accanto può muoversi sotto la foglia e attaccare altre parti non adese).


La posa della foglia deve essere fatta dall'alto al basso tenendo la tavola un po' inclinata in modo che eventuali gocce scendano verso la parte non ancora dorata. Ogni ritaglio deve sovrapporsi di un paio di millimetri almeno alla foglia precedente. In genere viene, ma se per caso rimanesse uno spazio rosso di bolo tra una foglia e l'altra, in un secondo momento si può tagliare un pezzettino della misura e amdare a coprire il "buco" rimasto indietro.


Prima foglia finita. E' venuta un orrore! Ma vi spiego il perché (in parte è normale... in parte). Finito di riempire d'oro tutto il fondo si lascia riposare un tempo variabile a seconda della stagione, dalla mezzora all'ora piena, a seconda del caldo e dell'umidità atmosferica. Ad esempio, a Venezia in un giorno di novembre/dicembre è meglio aspettare un po' di più; a Madrid in agosto... sarebbe meglio non dorare, ma se proprio si deve aspetteremo molto meno.
Se ci sono parti da lucidare a specchio con la pietra d'agata come le aureole, il momento è questo: anche se fosse prima della fine della posa di tutte le foglie, è importante non sgarrare il tempo giusto. Cioé, quando è passata la nostra - diciamo, nel caso standard - oretta, anche se il resto del fondo non è finito, lo lasciamo lì e lucidiamo l'aureola.
Io in questo caso ho voluto lucidare a specchio tutto quanto. Forse ho aspettato troppo, per questo l'agata in più punti mi ha graffiato l'oro e ha riportato alla luce il bolo. In più è normale che laddove non avevo bagnato abbastanza sia rimasto un "buco".


Sul Crocifisso invece ho lucidato solo le cornicette: qui è più facile che venga senza graffi perché nei pertugi dati dalle parti tonde l'umidità si conserva meglio. Poi, non dovendo passare l'agata sul fondo che rimane opaco, il tutto si graffia assai meno.
Finita la lucidatura con l'agata, si passa, sempre senza toccare con le dita, il batuffolo di cotone e una pezzuola di pelle di camoscio per togliere gli esuberi d'oro e pulire la superficie.


Seconda foglia! Usiamo il secondo guazzo, cioè o grappa pura (o vodka pura), oppure una parte di acqua con una parte di alcol denaturato 95°.
Stesso lavoro, ma con una differenza, anzi due: la prima è che bagnando l'oro invece che il bolo, non abbiamo più il problema di prima dell'assorbimento, per cui si può usare il pennello molto più scarico. Inoltre si bagna più stretto della foglia che andremo a mettere, il contrario rispetto a prima: adesso, l'acqua rimane tra due superfici metalliche e ci penserà da sola a distribuirsi per capillarità sotto tutta la foglia facendo sì che si attacchi.
Cioè, l'oro è poroso, quindi il bolo continua a partecipare sia in termini di assorbimento dell'acqua sia di azione collante, ma molto meno. Eventuali problemi potremmo averne, se bagnamo poco, nei buchi in cui il bolo è rimasto scoperto. Ecco, lì invece, solo sul buco (o sul graffio) insistiamo un poco di più.


A seconda foglia finita, dopo la lucidatura: molto meglio, vero? Eppure c'è ancora qualcosa che non va: qualche graffio e qualche buchetto ci sono ancora. In più si vedono alcune giunture tra una foglia e l'altra. Ecco che inizia una delle parti che fanno tribolare di più...


I rattoppi! Piccole foglioline tagliate ad hoc, applicate solo sui punti rovinati. Il difficile è se la parte va anche lucidata: arrivati a questo punto i tempi di asciugatura si modificano. Mentre nelle fasi prima con l'esperienza si intuisce quando è il momento giusto per lucidare (troppo bagnato l'oro si opacizza, troppo secco lo si graffia), adesso ogni rattoppo ha un tempo di asciugatura suo personale a seconda della grandezza, e poi, più passa il tempo, più tutto il fondo si asciuga. Tanto che una gocciolina d'acqua in un piccolo punto può essere pronta per ricevere l'agata anche in 10 minuti, 5 minuti... se passa troppo tempo anche 2 minuti!



Dopo aver lucidato, in certi punti possono ricomparirie graffi e macchie. Meno di prima, ma in questo caso ci sono (altre volte, dopo i primi rattoppi avevo finito): evvai con altre pezzuole! Naturalmente il fondo è sempre più secco, quindi aspettiamo sempre meno a lucidare; se poi c'è ancora bisogno di altre pezzuole (speriamo di no), teniamo sempre presente questi tempi molto stretti.
Ma alla fine ci accontentiamo!

Eccoci giunti in fondo al laborioso procedimento. Come avevo anticipato all'inizio, questa doratura non è stata tra le migliori; ma essendo stata quella su cui ho fatto le foto, mi sa che ci tocca accontentarci (di nuovo)! :-)
Come dico sempre, la doratura è un mestiere a sé, per cui imparare a farla bene è una questione di esperienza e di costanza. Io sono ormai anni che faccio dorature - e sono molto migliorato dagli inizi - ma con tre o quattro "campagne di doratura" l'anno ce ne vuole per eguagliare i veri maestri doratori, quelli che con due soli passaggi e quasi senza rattoppi, fanno delle lucidature su cui ci si può specchiare...

D'altro canto sono più che sicuro che il clima della pianura Padana interna sia uno dei peggiori per questo mestiere. Abbiamo un'aria stantia, inquinata e piena di vapori e non c'è quasi mai vento!
 Magari è solo una scusa, ma vi porto l'esempio di un mio caro amico che suona la cornamusa irlandese: lui mi dice che per suonare, il suo strumento ha bisogno di un'ancia ricavata da una canna di fiume. In Irlanda, isola dall'umidità costante, perennemente spazzata dal vento, i suonatori usano quest'ancia senza mai cambiarla per anni. In Emilia invece i suonatori sono costretti a cambiarla ogni anno almeno! Perché? A causa della stessa aria stantia di dicevo sopra, che deformale sottili lamelle di legno, le secca e le rompe.
A sostegno di questa mia teoria dico che una signora che conosco (e che quasi certamente mi legge, e quindi saluto), nella sua casa nella bassa fa fatica a dorare; in montagna invece, coi muri spessi e un altro tipo d umidità, fa delle dorature splendide!


Quando tutto è asciutto, sempre senza toccare l'oro, aiutandomi con un panno pulito, rifilo gli esuberi di oro lungo le incisioni del contorno interno e dei bordi; poi stendo a pennello una mano di nitrolacca (vernice per metalli), diluita con un po' di nitro (che servirà poi anche per pulire il pennello).


Infine, dopo un'altra oretta, quando anche la nitrolacca è ben secca e ormai l'oro si può toccare con le mani (ma sempre con delicatezza!), pulisco i bordi col plaka (rimando al link di un mio vecchio post sull'argomento).
Ed ecco le due icone, la Vergine della Tenerezza secondo un modello pisano del XIII secolo,


...e il Crocifisso, anch'esso da modelli tosco-emiliani del XIII secolo.
Da adesso in poi si inizia con la pittura.

venerdì 18 novembre 2011

Il bolo

Premetto che quello che vedrete non è un lavoro venuto benissimo e che in genere l'oro mi riesce un po' meglio: ciò è dipeso da alcune licenze che mi sono preso nel seguire la ricetta; faccio sempre così, per un mio innato desiderio di sperimentare...
Comunque sia riporterò la ricetta originale che nonostante tutto può essere illustrata dalle foto fatte in corso d'opera (visto che non rivelano i miei pasticci!).



I materiali.
Il bolo rosso: dicono che il bolo Lefranc sia tra i migliori. Io credo di avere un vesetto proprio di bolo Lefranc, ma non ne sono sicuro perché me l'hanno regalato senza etichetta. Certo è che mi basterà per tutta la vita!
Il bolo giallo: non sarà una gran marca quello che uso, ma fino adesso sono andato avanti abbastanza bene. Tenendo presente che ne ho due vasetti praticamente pieni, anche con questo andrò avanti tutta la vita.
Albume d'uovo montato a neve, lasciato decantare una notte e filtrato dalla schiuma.
Acqua pulita: a Bologna abbiamo un'acqua molto dura. Non ricordo di aver mai avuto problemi, ma l'acqua che ho aggiunto stavolta viene da una sorgente di Tuscania. Avevo riempito una bottiglietta per berla, ma poi l'ho portata a casa piena; per cui ho deciso di tenerla e usarla per questo genere di cose. Aveva un gusto migliore di quella dell'acquedotto di casa mia: chissà, magari anche l'oro apprezza?


Per prima cosa metto in un vasetto un cucchiaino raso di bolo giallo (o un mezzo cucchiaino pieno, naturalmente vado a occhio in queste cose).




Poi aggiungo un cucchiaino raso di bolo rosso.


Due cucchiaini di albume e un cucchiaino e mezzo di acqua.



Ecco lì il tutto, prima ancora di mescolare. Un appunto: cos'è il bolo? E' un impasto di argilla rossa o gialla, ossidi, colle animali e acqua. Una volta l'argilla migliore veniva dall'Armenia, determinando il nome bolo armeno. Inoltre "ce lo si faceva da sé", mentre oggi viene prodotto appostamente in maniera industriale usando argille diverse (anche perché mi dissero una volta che le cave in Armenia sono esaurite da un pezzo, chissà se è vero?). La sua funzione è di creare uno strato morbido ed elastico tra il gesso e la foglia d'oro, in modo che la pietra d'agata possa brunire quest'ultima con più facilità; inoltre, essendo un composto in cui è presente della colla, aiuta la foglia d'oro ad aderire meglio (anche nel gesso c'è della colla che potrebbe fare da collante per l'oro, ma non è la stessa cosa). Infine il colore rosso, "scalda" l'oro che, per quanto possa sembrare strano non è una materia coprente ma partecipa di ciò che ha sotto.



Si mescola, dicevo...




...a lungo, finché non è amalgamato come si deve. E' a questo punto che si filtra con una calza, in modo da togliere eventuali granellini e/o impurità.
Ammetto che io non l'ho fatto, e certamente è stato qui il mio errore. Ovvero: la doratura alla fine è venuta, però con un'opportuna macinatura e filtratura poteva riuscirmi meglio!


Diciamo che il composto che vedete nella foto è il bolo filtrato (facciam finta, va là...). Arrivati a questo punto lo si deve preparare per la stesura mettendone un po' in un altro vasetto (non nello stesso, come ho fatto io): così com'è è ancora troppo denso. Si aggiunge un po' d'acqua (ecco l'acqua di Tuscania!) in modo da ottenere una specie di acquarello. La quantità d'acqua è circa un cucchiaio, poco più. Anche se dalla foto sembra il contrario, non ne ho aggiunta moltissima.




Prima di setenderlo a pennello sulla tavola, ho sgrassato l'intera superficie con un batuffolo di cotone imbevuto di trielina (o meglio, il suo surrogato: la trielina è più che toossica per l'uomo e per l'ambiente e non la fanno più. Anche se pure il surrogato immagino non sia proprio sanissimo... io tengo comunque le finestre aperte mentre la uso, ed elimino velocemente il batuffolo imbevuto).
Basta un passaggio, e poi sarebbe meglio aspettare una mezzoretta, anche se la trielina si asciuga all'istante.
Da adesso in poi è vietato toccare con le dita la zona in cui va il bolo e l'oro: l'unto della pelle può compromettere il lavoro e far sì che in quel punto bolo e oro non si attacchino.


Inizia la stesura tipo acquarello, data con un pennello di scoiattolo abbastanza scarico.



Il Crocifisso, quello con le cornici a stucco dell'ultimo post, e una piccola Vergine col Bambino (che ho tratto da un'icona pisana del XIII secolo).




Alcuni accorgimenti:
1) nelle mani seguenti si può aggiungere ad ogni stesura un po' del bolo filtrato, quello che abbiamo lasciato nel primo vasetto: in questo modo si deposita più materiale e le stesure successive saranno più coprenti.
2) Tra una mano e l'altra sarebbe meglio aspettare almeno 15 minuti. Deve essere completamente asciutto, se no il passaggio seguente rimuove il primo.
3) Quando ogni mano di bolo è asciutta si può strofinare con forza con uno straccio di cotone pulito. Questo crea una prima lucidatura e rimuove sassolini o peli del pennello. Si potrebbe usare anche una carta vetrata finissima, dalla 1000 in su, ma con molta attenzione, soprattutto negli spigoli (come il bordo della culla).
4) Il bolo avanzato si può conservare per altre dorature.

 
Alla fine di tutto, cioè quando le stesure sono sufficienti a creare un fondo abbastanza coprente senza creare un crostone, diciamo dalle 5 alle 8 mani, a seconda della diluizione del bolo, io passo con vigore il pennello d'istrice. Questo strumento non è indispensabile, in teoria basta lo straccio e la carta vetrata. Tanto più che è uno strumento piuttosto costoso (sui 35 - 40 €)... Però mi trovo molto bene, soprattutto sui fondi grandi. produce un'ennesima lucidatura e, senza consumare gli spigoli come la carta vetrata, toglie peli e sassolini (che comunque chi ha filtrato prima con la calza non dovrebbe avere...).


Ecco la lucidatura di cui parlavo, che si nota con la luce riflessa della finestra. In realtà poteva venirmi anche meglio di così. Colpa mia! Diciamo che ho ottenuto il minimo sindacale. Comunque ho intenzione di brunire tutto il fondo con l'agata, per cui ogni eventuale asperità rimasta verrà appianata successivamente.

Dunque alla prossima, con la stesura della foglia d'oro. A presto (speriamo)!