venerdì 2 dicembre 2011

La stesura della foglia d'oro

Eccoci al terzo e ultimo post sulla doratura! Spero che fin qui sia chiaro, il più possibile almeno...
Tenendo presente - come scrivevo in uno dei commenti scorsi - che con questo reportage non voglio insegnare, ma solo dare un aiuto per chi già ha un po' di dimestchezza col mestiere, oltre che far vedere in maniera un po' "leggera" ciò che accade nel mio laboratorio :-)


Finita, asciugata e lucidata l'ultima stesura del bolo, subito prima di iniziare passiamo una mano del cosiddetto puzzone (provate a lasciarlo per settimane fuori dal frigo, poi mi direte voi perché si chiama così!) - cioè il solito albume montato a neve, lasciato decantare e poi filtrato - unito ad acqua in proporzione 1 : 3 (uno di albume e tre di acqua), su tutto il bolo. In questo modo la superficie si umidifica, e ciò è estremamente importante per la buona riuscita della doratura.


I materiali: uno straccio pulito, il cuscino e il coltello da doratore, le pennellesse piatte, un pennello morbido di scoiattolo, un batuffolo di cotone, una pezzuola di pelle camoscio, la pietra d'agata (che non compare nella foto, ma più sotto si vede) e il primo guazzo, cioè o due parti d'acqua più una parte di alcol denaturato al 95°, oppure grappa (o vodka) con dentro un po' d'acqua.



Si distende la foglia d'oro sul cuscino (facile a dirsi; ecco una di quelle cose per cui, su ogni ricetta vale l'esperienza!) e con il coltello sgrassato se ne taglia un rettangolo proporzionato al settore di fondo che si vuole coprire.
Riguardo al coltello, così come il bolo è molto importante evitare di toccarlo. Se un po' di unto delle dita resta sulla lama questa può attaccarsi alla foglia d'oro la quale si strappa invece di tagliarsi. A me ogni tanto succede, ed è una cosa assai fastidiosa... In genere però mi basta passare il coltello sullo straccio pulito e già basta perché non appiccichi più.


Si prende poi la pennellessa, la si passa sulla fronte o sul naso (stavolta invece sfruttiamo proprio l'unto della pelle), e la si posa con una certa decisione sul ritaglio di foglia d'oro. Questa resterà attaccata alla pennellessa e ciò ci permetterà di sollevarla senza doverla toccare con le mani - cosa che la distruggerebbe.


Mentre con una mano si regge la pennellessa, con l'altra si intinge il pennello nel guazzo e si bagna il settore in cui andrà messo il ritaglio d'oro. E' importante bagnare una zona più larga della foglia, cosicché anche i margini restino adesi al fondo: infatti, solo dove il bolo è ben bagnato la colla (l'albume) si ravviva e permette alla foglia di aderire. Se mancasse una pennellata, in quel punto la foglia non si attaccherebbe.
Bisogna poi fare anche i conti col bolo che per sua natura assorbe l'acqua in men che non si dica: anche se si passa il guazzo su tutto un settore, se si aspettano due secondi in più o se il pennello non era abbastanza carico la foglia potrebbe trovare sotto di lei una superficie non adeguatamente bagnata e quindi non attaccarsi... Per cui, rapidi!


Tlac! Con un movimento deciso, appena bagnato il nostro settore, vi appoggiamo sopra la pennellessa con la foglia d'oro. Si vede che attorno alla foglia che avevo già applicato c'è una parte di bolo più scura? Ecco, lì si vede bene in che modo bagnare uno spazio più largo della foglia che andremo a mettere. Poi, come dicevo, anche se sembra bagnato, basta aspettare qualche secondo in più e non è più bagnato abbastanza...
Se subito dopo la posa un lembo resta sollevato, può essere molto utile usare un batuffolo di cotone asciutto per schiacciare delicatamente la parte. Meno grinze o pieghe ci sono meglio è, e poi, più l'oro sta vicino al bagnato, più possibilità ha di attaccarsi (certe volte anche se un punto resta asciutto, l'eventuale acqua in eccesso nel punto accanto può muoversi sotto la foglia e attaccare altre parti non adese).


La posa della foglia deve essere fatta dall'alto al basso tenendo la tavola un po' inclinata in modo che eventuali gocce scendano verso la parte non ancora dorata. Ogni ritaglio deve sovrapporsi di un paio di millimetri almeno alla foglia precedente. In genere viene, ma se per caso rimanesse uno spazio rosso di bolo tra una foglia e l'altra, in un secondo momento si può tagliare un pezzettino della misura e amdare a coprire il "buco" rimasto indietro.


Prima foglia finita. E' venuta un orrore! Ma vi spiego il perché (in parte è normale... in parte). Finito di riempire d'oro tutto il fondo si lascia riposare un tempo variabile a seconda della stagione, dalla mezzora all'ora piena, a seconda del caldo e dell'umidità atmosferica. Ad esempio, a Venezia in un giorno di novembre/dicembre è meglio aspettare un po' di più; a Madrid in agosto... sarebbe meglio non dorare, ma se proprio si deve aspetteremo molto meno.
Se ci sono parti da lucidare a specchio con la pietra d'agata come le aureole, il momento è questo: anche se fosse prima della fine della posa di tutte le foglie, è importante non sgarrare il tempo giusto. Cioé, quando è passata la nostra - diciamo, nel caso standard - oretta, anche se il resto del fondo non è finito, lo lasciamo lì e lucidiamo l'aureola.
Io in questo caso ho voluto lucidare a specchio tutto quanto. Forse ho aspettato troppo, per questo l'agata in più punti mi ha graffiato l'oro e ha riportato alla luce il bolo. In più è normale che laddove non avevo bagnato abbastanza sia rimasto un "buco".


Sul Crocifisso invece ho lucidato solo le cornicette: qui è più facile che venga senza graffi perché nei pertugi dati dalle parti tonde l'umidità si conserva meglio. Poi, non dovendo passare l'agata sul fondo che rimane opaco, il tutto si graffia assai meno.
Finita la lucidatura con l'agata, si passa, sempre senza toccare con le dita, il batuffolo di cotone e una pezzuola di pelle di camoscio per togliere gli esuberi d'oro e pulire la superficie.


Seconda foglia! Usiamo il secondo guazzo, cioè o grappa pura (o vodka pura), oppure una parte di acqua con una parte di alcol denaturato 95°.
Stesso lavoro, ma con una differenza, anzi due: la prima è che bagnando l'oro invece che il bolo, non abbiamo più il problema di prima dell'assorbimento, per cui si può usare il pennello molto più scarico. Inoltre si bagna più stretto della foglia che andremo a mettere, il contrario rispetto a prima: adesso, l'acqua rimane tra due superfici metalliche e ci penserà da sola a distribuirsi per capillarità sotto tutta la foglia facendo sì che si attacchi.
Cioè, l'oro è poroso, quindi il bolo continua a partecipare sia in termini di assorbimento dell'acqua sia di azione collante, ma molto meno. Eventuali problemi potremmo averne, se bagnamo poco, nei buchi in cui il bolo è rimasto scoperto. Ecco, lì invece, solo sul buco (o sul graffio) insistiamo un poco di più.


A seconda foglia finita, dopo la lucidatura: molto meglio, vero? Eppure c'è ancora qualcosa che non va: qualche graffio e qualche buchetto ci sono ancora. In più si vedono alcune giunture tra una foglia e l'altra. Ecco che inizia una delle parti che fanno tribolare di più...


I rattoppi! Piccole foglioline tagliate ad hoc, applicate solo sui punti rovinati. Il difficile è se la parte va anche lucidata: arrivati a questo punto i tempi di asciugatura si modificano. Mentre nelle fasi prima con l'esperienza si intuisce quando è il momento giusto per lucidare (troppo bagnato l'oro si opacizza, troppo secco lo si graffia), adesso ogni rattoppo ha un tempo di asciugatura suo personale a seconda della grandezza, e poi, più passa il tempo, più tutto il fondo si asciuga. Tanto che una gocciolina d'acqua in un piccolo punto può essere pronta per ricevere l'agata anche in 10 minuti, 5 minuti... se passa troppo tempo anche 2 minuti!



Dopo aver lucidato, in certi punti possono ricomparirie graffi e macchie. Meno di prima, ma in questo caso ci sono (altre volte, dopo i primi rattoppi avevo finito): evvai con altre pezzuole! Naturalmente il fondo è sempre più secco, quindi aspettiamo sempre meno a lucidare; se poi c'è ancora bisogno di altre pezzuole (speriamo di no), teniamo sempre presente questi tempi molto stretti.
Ma alla fine ci accontentiamo!

Eccoci giunti in fondo al laborioso procedimento. Come avevo anticipato all'inizio, questa doratura non è stata tra le migliori; ma essendo stata quella su cui ho fatto le foto, mi sa che ci tocca accontentarci (di nuovo)! :-)
Come dico sempre, la doratura è un mestiere a sé, per cui imparare a farla bene è una questione di esperienza e di costanza. Io sono ormai anni che faccio dorature - e sono molto migliorato dagli inizi - ma con tre o quattro "campagne di doratura" l'anno ce ne vuole per eguagliare i veri maestri doratori, quelli che con due soli passaggi e quasi senza rattoppi, fanno delle lucidature su cui ci si può specchiare...

D'altro canto sono più che sicuro che il clima della pianura Padana interna sia uno dei peggiori per questo mestiere. Abbiamo un'aria stantia, inquinata e piena di vapori e non c'è quasi mai vento!
 Magari è solo una scusa, ma vi porto l'esempio di un mio caro amico che suona la cornamusa irlandese: lui mi dice che per suonare, il suo strumento ha bisogno di un'ancia ricavata da una canna di fiume. In Irlanda, isola dall'umidità costante, perennemente spazzata dal vento, i suonatori usano quest'ancia senza mai cambiarla per anni. In Emilia invece i suonatori sono costretti a cambiarla ogni anno almeno! Perché? A causa della stessa aria stantia di dicevo sopra, che deformale sottili lamelle di legno, le secca e le rompe.
A sostegno di questa mia teoria dico che una signora che conosco (e che quasi certamente mi legge, e quindi saluto), nella sua casa nella bassa fa fatica a dorare; in montagna invece, coi muri spessi e un altro tipo d umidità, fa delle dorature splendide!


Quando tutto è asciutto, sempre senza toccare l'oro, aiutandomi con un panno pulito, rifilo gli esuberi di oro lungo le incisioni del contorno interno e dei bordi; poi stendo a pennello una mano di nitrolacca (vernice per metalli), diluita con un po' di nitro (che servirà poi anche per pulire il pennello).


Infine, dopo un'altra oretta, quando anche la nitrolacca è ben secca e ormai l'oro si può toccare con le mani (ma sempre con delicatezza!), pulisco i bordi col plaka (rimando al link di un mio vecchio post sull'argomento).
Ed ecco le due icone, la Vergine della Tenerezza secondo un modello pisano del XIII secolo,


...e il Crocifisso, anch'esso da modelli tosco-emiliani del XIII secolo.
Da adesso in poi si inizia con la pittura.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Sebastian,
vedo che ci siamo applicati ben bene.

Il post ti è riuscito ottimamente, chiaro nella lettura e sopratutto nei passaggi.

Comunque diciamo che la doratura è una cosa a se, diciamo anche, che il doratore è un mestiere a se, e che ogni qualvolta non riesce bene, i fattori sono molteplici da considerare.

Quindi meglio non perdersi d'animo e applicarsi con impegno maggiore nella successiva.

Ripreso dalle fatiche? Cosa stai scrivendo in questo periodo?

Un saluto, Antonio.

Sebastian ha detto...

Ciao Antonio!
Sono rientrato ieri sera tardi da una scappata a Roma; ho accompagnato mio fratello che andava lì per lavoro e ne ho approfittato per vedere la galleria Corsini, la Farnesina e il museo nazionale romano. Che meraviglia!

Sì, su questi post della doratura mi ci sono impegnato molto... per questo ci ho messo tanto! In realtà sono sempre presissimo da mille faccende, ma ormai è routine esserlo :)
Sto sempre lavorando al progetto di Capo Verde, anche se in realtà si tratta di un secondo progetto: ho dovuto accantonare un momento quello della cappella e adesso ne sto facendo uno per la chiesa parrocchiale. Sono un po' a disagio perché per ora è un lavoro di architettura... Solo in un secondo momento passerò al progetto delle immagini vere e proprie, ad affresco e su tavola per il retablo/pala d'altare.
Comunque ogni tanto riesco a lavorare su piccole immagini (13 x 17 cm circa), ma sto lavorando molto anche con la creta: siamo ormai quasi a Natale e devo consegnare un presepe di terracotta dipinta.
Quando sarà finito mi piacerebbe pubblicarne una foto!

Un caro saluto anche a te, mi ha fatto piacere sentirti :)
Alla prossima!